Intervista con Ed Ruscha

di Silvia Freiles

Silvia Freiles: A distanza di quasi 60 anni dalla creazione di Twentysix Gasoline , quale crede che sia il destino del libro d’artista nella nostra epoca  globalizzata che ha profondamente modificato e amplificato il rapporto con l’immagine?

Ed Ruscha: Nel 2008 il libro d’artista costituisce una forza minuscola all’interno del mondo dell’arte. Sorge inoltre e abbraccia il mondo del lavoro artigianale e fatto a mano. Esiste inoltre una linea non definita fra i libri d’artista e i cataloghi di un artista.

S.F.: La parola, parte integrante del libro d’artista come titolo, come didascalia, e considerata da lei materiale visivo al pari di una scultura, si è nel corso dei decenni svuotata del suo valore simbolico per diventare puro strumento comunicativo. Questo ha influito nell’architettura dei suoi ultimi libri d’arte?

E.R.: Le parole opereranno sempre nell’ambito del mondo dell’arte e non devono necessariamente comunicare qualcosa. Possono risultare astratte o prive di senso o in entrambi i modi.

S.F.: Ed inoltre la sostituzione dei libri con i supporti informatici renderà ancora più rara e preziosa la forma del libro d’artista contravvenendo a quella che era la sua reale intenzione, ovvero di creare «un prodotto di serie di prim’ordine». Come si pone nei confronti di questa contraddizione?

E.R.: A mio parere non vi è nessuna contraddizione dal momento che ritengo che i computer non possano sostituire i libri. Continuo a essere un uomo del 1960.

S.F.: Gli oggetti fotografati nei suoi libri sembrano congelati in una inesistente perfezione, ‘fatti’ su cui posare disinteressatamente lo sguardo, così come le parole, al di là del referente a cui rimandano («Quelle parole erano come fiori in un vaso. Mi accadde di dipingere parole come qualcuno dipinge fiori»). Ma oltre alla registrazione immediata del dato concreto esiste un secondo rapporto con la realtà, tutt’altro che semplice (anche quella amata e familiare di Los Angeles, da sempre al centro del suo interesse) che si esplica in uno spiraglio meditativo, assorto, astratto.

Quanto questo aspetto è sotterraneo e quanto invece volutamente esibito?

E.R.: Gli artisti si limitano a esibire la parte artistica dell’intero disegno. Sarebbe temerario tentare di spiegare il tutto, la storia per intero. Un lavoro artistico perderebbe significato se mostrasse tutte le sue carte.

S.F.: Quale crede che sia oggi il ruolo e l’identità del soggetto sia come artista che come spettatore?

E.R.: Mi piace quando l’artista può costituire sia il creatore che lo spettatore della propria arte. Ciò permette al creatore di curare e rinnovare un lavoro specifico. Il lavoro dell’artista continuamente si focalizza, abbandona e poi ritorna a focalizzarsi sull’oggetto che vuole rappresentare. Ed è ciò che io prediligo piuttosto che soffermarmi su qualcosa che è semplicemente accettabile e statico.


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